Introduzione

L’Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance) ha lanciato oggi un allarme sulla crisi abitativa italiana, rivelando che ben 650.000 famiglie nel Paese sono attualmente in lista d’attesa per un alloggio pubblico. Il dato, presentato in una conferenza stampa a Roma, fotografa una situazione drammatica che coinvolge soprattutto giovani coppie, lavoratori precari e nuclei familiari a basso reddito, costretti a vivere in condizioni di sovraffollamento o a sostenere spese per l’affitto che assorbono fino al 60% del loro reddito disponibile.

I fatti principali

Secondo il rapporto presentato dall’Ance, le 650.000 famiglie in attesa di un alloggio pubblico rappresentano un aumento del 12% rispetto al 2025, quando le domande pendenti erano 580.000. Le regioni con le situazioni più critiche sono la Lombardia (98.000 richieste), il Lazio (85.000) e la Campania (72.000). Il tempo medio di attesa ha superato i sette anni nelle grandi città, con picchi di oltre dieci anni a Milano e Roma. Parallelamente, il patrimonio di edilizia residenziale pubblica (ERP) disponibile si è ridotto del 3% nell’ultimo anno, passando da 1,2 a 1,16 milioni di alloggi, principalmente a causa della mancata manutenzione e delle alienazioni.

Il presidente dell’Ance, Federico D’Ambrosio, ha sottolineato che “servirebbero almeno 50.000 nuovi alloggi popolari all’anno per almeno un decennio per colmare il gap esistente, ma negli ultimi cinque anni la media è stata di appena 8.000 unità annue”. L’associazione ha anche denunciato il blocco degli investimenti pubblici nel settore, con un calo del 15% dei fondi destinati all’edilizia residenziale pubblica nel bilancio 2026 rispetto all’anno precedente.

Contesto e retroscena

La crisi abitativa italiana affonda le sue radici in politiche pubbliche discontinue avviate negli ultimi vent’anni. Il Piano nazionale per l’edilizia abitativa, lanciato nel 2021 con una dotazione di 12 miliardi di euro, ha prodotto finora solo il 40% degli alloggi promessi a causa di intoppi burocratici e ritardi nell’assegnazione dei fondi agli enti locali. Secondo i dati Istat, negli ultimi dieci anni sono stati costruiti in media 110.000 alloggi all’anno, contro i 180.000 necessari per tenere il passo con la formazione di nuovi nuclei familiari.

La situazione è aggravata dall’aumento dei costi delle materie prime e della manodopera nel settore delle costruzioni, che hanno fatto lievitare del 22% i prezzi degli immobili di nuova costruzione tra il 2024 e il 2026. Contestualmente, il mercato degli affitti privati ha visto aumenti medi del 15% nelle grandi città, mettendo fuori mercato una larga fetta della popolazione. La Banca d’Italia, nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, ha segnalato che “l’accesso all’abitazione rappresenta ormai il principale fattore di disuguaglianza sociale nel Paese”.

Impatti e sviluppi futuri

Le conseguenze di questa crisi si estendono ben oltre il mero disagio abitativo. Secondo analisi della Fondazione Censis, la carenza di alloggi accessibili sta frenando la mobilità lavorativa interna, con una perdita stimata di 0,3 punti di PIL annuo dovuta alla mancata allocazione ottimale delle risorse umane. Inoltre, la pressione sugli affetti da problematiche abitative contribuisce al calo demografico, con molte coppie che rinunciano ad avere figli per l’impossibilità di garantire loro condizioni abitative dignitose.

Il governo Meloni ha annunciato che nel prossimo decreto legge sull’emergenza abitativa saranno stanziati 3,5 miliardi di euro per accelerare la costruzione di 25.000 alloggi popolari entro la fine del 2027. Tuttavia, l’Ance ha criticato la misura come “palesemente insufficiente”, chiedendo invece un piano decennale da 50 miliardi di euro che includa anche sgravi fiscali per le imprese che investono in edilizia sociale e semplificazioni burocratiche per le pratiche autorizzative.

Conclusione

Il dato delle 650.000 famiglie in attesa di un alloggio pubblico rappresenta non solo un’emergenza sociale di proporzioni drammatiche, ma anche un segnale preoccupante dello stato di salute del mercato immobiliare italiano. Senza un intervento strutturale e di lungo periodo, la crisi abitativa rischia di diventare un fattore permanente di disuguaglianza e di freno alla crescita economica del Paese, con ripercussioni negative sulla coesione sociale e sulla qualità della vita di centinaia di migliaia di cittadini.

Fonte: ANSA