Il 14 ottobre un gruppo di lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano, a Genova, ha lasciato un presidio davanti alla Prefettura dopo ore di attesa per conoscere l’esito dell’incontro tra i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia (ADI) e i sindacati nazionali. Il nodo è la possibilità di acquistare bramme e coils sul mercato per tenere in funzione lo stabilimento genovese, minacciato da un fermo temporaneo.

I fatti

La protesta a Genova è l’ultimo atto di una settimana di mobilitazione in tutti i siti del gruppo. L'8 ottobre Acciaierie d’Italia, l’azienda in amministrazione straordinaria che gestisce l’ex Ilva, ha annunciato il fermo temporaneo degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre. La decisione è arrivata pochi giorni dopo che, il 5 ottobre, la Corte d’Appello civile di Milano aveva confermato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.

Il 12 ottobre i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato uno sciopero di 24 ore in tutti i siti del gruppo, chiedendo una nuova convocazione a Palazzo Chigi. A Genova un lungo corteo, con la sindaca Silvia Salis, si è diretto verso la Prefettura; secondo le cronache del giorno ci sono stati momenti di tensione davanti al Palazzo del Governo, con un operaio Fiom ferito, e in seguito l’occupazione della stazione di Brignole. A Taranto i lavoratori hanno bloccato 37 autocisterne della raffineria Eni.

I commissari straordinari, in una nota, hanno precisato che gli stabilimenti di Taranto e Genova “non chiudono e continuano a produrre” e che Novi Ligure “non sarà soggetto a chiusura”, annunciando un piano per contenere gli effetti del calo di produzione, proteggere l’occupazione e salvaguardare l’indotto. Secondo Sky Tg24, a Novi Ligure sarebbero a rischio 550 lavoratori; la Fim Cisl di Alessandria parla di 541 famiglie coinvolte. Altre fonti di stampa indicano che, considerando insieme Liguria, Novi Ligure e Racconigi, i posti di lavoro a rischio salirebbero a circa 1.150.

Sul fronte della vendita dell’ex Ilva, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha detto alla Camera, in sede di question time, che uno scorporo dell’area del Nord da quella di Taranto era già previsto nell’aggiornamento della gara in corso, ma che al momento nessuno ha presentato un’offerta per gli interi stabilimenti settentrionali separatamente: alcuni gruppi interessati puntano al complesso intero, altri ai singoli impianti. Secondo Urso una proposta in questo senso potrebbe ancora arrivare negli ultimi giorni della trattativa, prima della chiusura delle offerte vincolanti fissata al 9 novembre.

Il contesto

L’ex Ilva è in amministrazione straordinaria da anni ed è oggetto di una gara di vendita che si è più volte allungata, tra proposte per l’intero gruppo e offerte su singoli stabilimenti. Lo stop dell’area a caldo di Taranto, confermato dai giudici milanesi, riduce la disponibilità di semilavorati (bramme e coils) che alimentano le linee a freddo del Nord, da cui dipendono Genova, Novi Ligure e Racconigi: è questo il collegamento industriale che ha spinto ADI ad annunciare il fermo temporaneo dei due siti settentrionali.

Le istituzioni locali contestano la decisione. La sindaca di Genova Silvia Salis sostiene che lo stabilimento di Cornigliano è pienamente funzionante e che il mercato richiede i suoi prodotti; il presidente della Liguria Marco Bucci ha proposto di acquistare bramme e coils sul mercato estero per evitare lo stop. A Novi Ligure il sindaco Rocchino Muliere ha manifestato con i lavoratori indossando la fascia tricolore. A Taranto il sindaco Piero Bitetti chiede “una legge speciale” per investimenti e occupazione nel territorio, mentre il presidente della Puglia Antonio Decaro propone di continuare a far lavorare l’impianto con il solo processo a freddo in attesa della transizione verso una produzione decarbonizzata.

Sul piano sindacale, il segretario generale della Fiom Michele De Palma ha chiesto una riapertura urgente del confronto con il governo, segnalando la tensione crescente dopo tre giorni di scioperi e proteste in tutti gli stabilimenti. Le richieste sindacali comprendono l’estensione della cassa integrazione straordinaria in deroga a tutti i lavoratori, incluso l’indotto, un piano di transizione sociale per le uscite volontarie, e un piano con scadenze certe per mantenere produzione e occupazione nelle linee non sotto sequestro giudiziario a Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi.

Cosa succede adesso

La Regione Puglia ha anticipato a giovedì 15 ottobre una riunione a Roma per discutere la situazione. Restano sul calendario alcune scadenze chiave: il 20 ottobre è fissata un’udienza relativa ai licenziamenti dell’indotto, il 9 novembre si chiuderanno le offerte vincolanti della gara per l’ex Ilva, e il 15 novembre scatterebbe il fermo temporaneo di Genova e Novi Ligure annunciato da ADI, salvo nuovi accordi. A Taranto l’associazione dei Genitori Tarantini, critica verso la gestione della vicenda, ha annunciato una manifestazione per il 17 ottobre.

Nei prossimi giorni il punto decisivo sarà se il governo riuscirà a far convergere i commissari, i potenziali acquirenti e i sindacati su una soluzione che tenga insieme la vendita del gruppo e la continuità produttiva degli stabilimenti del Nord, evitando che il fermo temporaneo diventi permanente.

In sintesi

I lavoratori dell’ex Ilva di Genova hanno presidiato la Prefettura dopo giorni di sciopero contro il fermo temporaneo di Genova e Novi Ligure, deciso da Acciaierie d’Italia dopo lo stop dell’area a caldo di Taranto confermato dai giudici. I commissari assicurano che nessun impianto chiude, ma restano a rischio centinaia di posti di lavoro. Il nodo si lega anche alla gara di vendita dell’ex Ilva, con le offerte vincolanti in chiusura il 9 novembre e il fermo del Nord atteso per il 15 novembre, mentre sindacati e amministrazioni locali chiedono un nuovo confronto con il governo.

Fonti: ANSA, Sky TG24