Introduzione
L’Iran ha intensificato gli attacchi contro il porto di Fujairah, situato negli Emirati Arabi Uniti, colpendo ripetutamente uno snodo strategico per le esportazioni di petrolio che bypassa lo stretto di Hormuz. Gli attacchi con droni hanno provocato incendi nelle aree di stoccaggio, interrompendo temporaneamente le operazioni di carico e mettendo in luce la vulnerabilità delle rotte energetiche globali. Il porto di Fujairah rappresenta l’unica via alternativa praticabile per aggirare il blocco di Hormuz, diventato quasi impraticabile a causa del conflitto in Medio Oriente.
I fatti principali
Tra il 14 e il 16 marzo 2026, l’Iran ha sferrato almeno tre offensive con droni contro la Fujairah oil industry zone (Foiz), la zona industriale petrolifera del porto. Ogni attacco ha causato incendi di varia entità, costringendo a sospendere le operazioni di carico del greggio. L’ufficio stampa di Fujairah ha confermato gli episodi attraverso comunicati ufficiali su Instagram, sottolineando che non si sono registrati feriti ma danni significativi alle infrastrutture. Le immagini satellitari mostrano chiaramente le colonne di fumo alzarsi dalla zona colpita.
Il porto di Fujairah gestisce mediamente oltre 1,7 milioni di barili al giorno tra petrolio greggio e carburanti raffinati, secondo i dati di Kpler. Si tratta di un volume critico per i mercati globali, soprattutto in un momento in cui lo stretto di Hormuz – attraverso cui transitano circa 20 milioni di barili al giorno, pari al 25% del commercio mondiale di petrolio via mare – è di fatto bloccato. Le interruzioni a Fujairah rischiano quindi di aggravare ulteriormente le tensioni energetiche mondiali.
Contesto e retroscena
Lo stretto di Hormuz ha sempre rappresentato un collo di bottiglia strategico per il commercio petrolifero mondiale. Con l’escalation del conflitto in Medio Oriente, il passaggio attraverso lo stretto è diventato estremamente rischioso, spingendo molti operatori a cercare rotte alternative. Il porto di Fujairah, affacciato sul golfo di Oman a circa 70 miglia nautiche da Hormuz, è l’unico scalo in grado di ricevere il greggio trasportato via oleodotto direttamente dai giacimenti interni degli Emirati Arabi Uniti.
L’oleodotto Habshan–Fujairah (noto anche come Abu Dhabi crude oil pipeline) ha una capacità di circa 1,8 milioni di barili al giorno e consente di bypassare completamente lo stretto. Questo ha reso Fujairah un’ancora di salvezza per le esportazioni emiratine e per gli approvvigionamenti globali. Tuttanto, la sua esposizione geografica lo rende anche un bersaglio appetibile per l’Iran, che mira a destabilizzare gli avversari regionali colpendo le infrastrutture energetiche.
Impatti e sviluppi futuri
Gli attacchi a Fujairah potrebbero costringere gli Emirati Arabi Uniti a ridurre ulteriormente la produzione di petrolio, già in calo a causa delle difficoltà di esportazione. La Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc) ha dichiarato di stare “gestendo con attenzione i livelli di produzione offshore per far fronte alle esigenze di stoccaggio”, ma se le interruzioni dovessero prolungarsi, la capacità di esportazione del paese verrebbe seriamente compromessa.
A livello globale, qualsiasi interruzione prolungata delle operazioni a Fujairah si ripercuoterà sui prezzi del petrolio, sulla disponibilità di stoccaggio e sulla logistica del trasporto marittimo verso l’Asia. Il porto non è solo un hub per le esportazioni, ma anche uno dei principali centri mondiali di bunkeraggio (rifornimento navale), con 7,4 milioni di metri cubi di combustibile venduti nel 2025. Un blocco significativo potrebbe quindi paralizzare non solo i flussi di greggio, ma anche il traffico mercantile internazionale.
Conclusione
Gli attacchi dell’Iran contro Fujairah segnano un’ escalation pericolosa nella guerra economica che si sta combattendo parallelamente al conflitto militare. Colpire l’unica via alternativa a Hormuz significa minacciare direttamente la stabilità energetica mondiale, con ricadute sui prezzi e sulla sicurezza degli approvvigionamenti. La comunità internazionale è chiamata a monitorare con attenzione l’evolversi della situazione, mentre le compagnie energetiche studiano contromisure per proteggere le infrastrutture critiche.
Fonte: Wired
